Questo portale non gestisce cookie di profilazione, ma utilizza cookie tecnici per autenticazioni, navigazione ed altre funzioni. Navigando, si accetta di ricevere cookie sul proprio dispositivo. Visualizza l'informativa estesa.
Hai negato l'utilizzo di cookie. Questa decisione può essere revocata.
Hai accettato l'utilizzo dei cookie sul tuo dispositivo. Questa decisione può essere revocata.
Periodo: (1866 - 1961)
Un prete semplice e buono.

Perseguendo l'impegno di ricordare i nostri concittadini a cui sono intestate alcune vie del paese, ad un tratto m'imbatto nel rione Gallari, dove si legge: via Don Gabriele Bosco. Il "don" riporta subito a un prete. Non si tratta di un cardinale o di un vescovo, uno di quei personaggi che hanno illustrato con opere di rilievo la loro terra, ma si tratta di un semplice prete che attese al suo ministero nel suo piccolo paese, "Taviano". Chi era dunque don Gabriele Mosco?
Figlio di Gerolamo e di Coronese Pasqualina, era nato a Taviano il 6 settembre 1866. Un suo zio prete, don Ambrogio Mosco, si prodigò perché il nipote, ragazzino vivace, intelligente e buono, entrasse in seminario. Così avvenne. Fu nel seminario di Nardò che Gabriele rivelò presto una autentica vocazione e attaccamento allo studio. Terminati gli studi nel seminario maggiore, fu consacrato sacerdote il 4 marzo 1891: celebrò la prima messa nella chiesa di S. Martino, a Taviano, dove era stato assegnato. Il parroco del tempo, l'arciprete G. Battista Loggetta, lo volle collaboratore nella confraternita delle Anime Sante, che aveva una cappella in una povera chiesetta. E quando quella chiesetta fu demolita, la confraternita si spostò nella chiesa di Santa Lucia, dove don Gabriele attendeva alle particolari funzioni religiose e celebrava le S. messe domenicali. Nell'esercizio del suo ministero don Gabriele rivelava dati di profonda umanità: era mite, buono, generoso ed era povero.
Comunicava con l'esempio più che con le parole e la via che indicava ai fratelli era testimoniata dalla sua vita molto francescana. Era qui la "forza" di quel prete, che si poneva a modello di ordine spirituale, sereno e sorridente anche quando mortificava se stesso nella contrizione e nella preghiera. Si esaltava nel celebrare la S. Messa, soprattutto alla lettura del Vangelo e all'Elevazione, pronunciando le parole della scrittura con un filo di voce, come un discorso intimo con il Signore. Non "predicava" mai, Don Gabriele, e quando illustrava il Vangelo lo faceva con un tono della voce ora alto e vibrante, ora appena appena sussurrato. Nella conversazione serena e amichevole traspirava di quando in quando una leggera vena umoristica. E le sue parole erano sempre il segno di una severa riservatezza. Don Gabriele aveva uno stile personale che si può definire "vezzoso" , sempre ordinato nel vestire, elegante. Manifesta era la riverenza di chi lo incontrava ed egli aveva un sorriso e una buona parola per tutti. Amava passeggiare dopo ogni pranzo in compagnia sempre degli stessi amici. La Chiesa e la strada erano per Don Gabriele l'alveo più congeniale al suo ministero. Al suo passaggio per le vie del paese i bambini smettevano di giocare e si avvicinavano a lui per baciargli la mano. Egli non si spazientiva mai, li accarezzava, poi metteva una mano in tasca,ne traeva un confetto e lo regalava al piccolo, non trascurando di raccomandargli l'ubbidienza e il rispetto ai genitori e ai più grandi. La sua casa era il modesto rifugio dove Don Gabriele consumava nei brevi riposi i suoi silenzi; era povera, molto povera...
 

Torna a inizio pagina